Il Fattorello al Teatro Argentina: Fahrenheit 451

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TEATRO ARGENTINA – Fahrenheit 451
di Ray Bradbury, versione teatrale tradotta da Monica Capuani e Daniele D’Angelo, un progetto di Luca Ronconi ed Elisabetta Pozzi.
Regia: Luca Ronconi.
Scene e costumi: Tiziano Santi, Gianluca Sbicca e Simone Valsecchi.
Suono e luci: Daniele D’Angelo e Sergio Rossi.
Con Elisabetta Pozzi, Alessandro Benvenuti, Fausto Russo Alesi, Melania Giglio, Maria Grazia Mandruzzato.
Dal 15 febbraio al 2 marzo 2008 

Domenica 24 Febbraio 2008, gli alunni del Fattorello si sono ritrovati al teatro Argentina per la visione dell’opera Fahrenheit 451. Nei prossimi giorni potrete visionare i commenti e gli articoli realizzati dagli alunni del Fattorello.

In esclusiva l’intervista del Prof. Ragnetti e della Dr.ssa Alessandra Romano con l’attore Alessandro Benvenuti. Nello spazio in fondo all’articolo, nella sezione “Leave a Reply”, potrete rilasciare ed inviare ‘on line’ un Vostro commento.

Al termine i commenti migliori saranno pubblicati sul il sito dell’Istituto Fattorello…

Fahreneit 451 di Ray Bradbury per la regia di Luca Ronconi è uno spettacolo che nasce dall’esigenza di riflettere sul ruolo della memoria e sulla centralità della parola, in questo caso della parola per la scena. L’idea trae origine, infatti, da una commedia che lo stesso scrittore americano firmò nel 1979, pensando non ad una riduzione del romanzo, ma ad un vero testo teatrale e mantenendo, così, fede alla vocazione di drammaturgo e di sceneggiatore che ha segnato parte della sua carriera. Ronconi ripropone Fahreneit sulle scene contemporanee, rivisitando un futuro che è ormai attuale: «se il mondo ipertecnologico prospettato da Bradbury a metà degli anni Cinquanta è lontano dal nostro presente, la profezia di una società schiava della globalizzazione televisiva “al ribasso” è assolutamente reale» (dichiara nell’intervista riportata nel libretto di sala).

La nuova avventura teatrale del regista ci regala dunque un allestimento di grande forza espressiva, coprodotto dai principali Teatri Stabili di Torino, Milano, Roma, e Palermo, ora in scena al Teatro Strehler di Milano dal 13 gennaio al 10 febbraio 2008. Agli attori Fausto Russo Alesi, Alessandro Benvenuti, Elisabetta Pozzi sono affidati, rispettivamente, i ruoli dei protagonisti Montag, Beatty e Clarisse/Faber. In particolare, la scelta della doppia interpretazione della Pozzi risponde alla volontà registica di sottolineare il legame di parentela, ma non solo, che unisce la giovane al vecchio professore, entrambi fari che illuminano il percorso di consapevolezza di Montag, “aiutanti magici” del suo cammino di crescita interiore.

Il testo di Bradbury prefigura i rischi di una società distopica: in un futuro indefinito, ma inquietante, dove domina la telecrazia, i libri sono bruciati da vigili del fuoco che appiccano incendi, anziché domarli. Pertanto, la perdita della memoria diviene principale obiettivo di un potere invisibile, ma onnipresente, concentrato sul rendere l’uomo un animale non pensante e quindi facilmente governabile. Inserendosi in un filone fantascientifico felicemente frequentato dagli scrittori statunitensi tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta del Novecento (basti pensare ad Huxley ed Orwell), Fahreneit 451 parte da un’idea narrativa, incontra il cinema di Truffaut nel 1966 ed approda infine sulle scene teatrali. Ronconi si avvicina a questo testo, valorizzandone gli elementi di straordinaria attualità e smorzandone gli aspetti che oggi possono apparire “datati”, come l’ipotesi di una supertecnologia, che non trova completo riscontro nella realtà odierna. Per far questo, il regista contravviene esplicitamente alle didascalie dell’autore, circoscrivendo «l’opera al tema che tratta: la distruzione del libro e di ciò che il libro significa» (secondo l’intervista citata).

E sono proprio le cataste di libri a dominare una scena costantemente organizzata su tre livelli: palcoscenico, sottopalco, schermo tv gigante nel primo atto, palcoscenico, proscenio e platea nel secondo. Tre livelli che visivamente indicano i tre gradi di consapevolezza tra i quali oscillano i personaggi: dal grado zero dei vigili del fuoco a quello massimo dell’invasivo potere mediatico, rappresentato da un maxi-schermo, sul fondale, in alto. Tra questi estremi si collocano due coppie speculari fra loro e fra loro contrapposte, la prima costituita da Clarisse e Faber, ultimi lettori di una stirpe in via di estinzione, la seconda da Montag e Beatty, vigili del fuoco “pentiti”. Il sottopalco è il regno di morti e fantasmi: i libri (sputati ed inghiottiti dalle botole) e Mrs. Hudson (Maria Grazia Mandruzzato), anziana e nostalgica lettrice, che segue il destino di distruzione dei suoi gioielli sparendo con essi nelle fiamme. Dalla platea emergono invece gli uomini-libro, custodi della memoria, che tramandano oralmente pagine scritte e diventano padroni del palco in chiusura del dramma, quando accolgono tra le loro fila il fuggiasco Montag. Carrelli meccanici trasportano in scena gli interpreti dell’umanità alienata, Mildred (Melania Giglio) in primis, moglie del protagonista impasticcata e teledipendente, incapace, psicologicamente e materialmente, di muoversi con le proprie gambe.

L’azione si svolge in una parziale oscurità, dove i colori cupi di una scenografia minimalista si accendono solo del riverbero di vere fiamme, provenienti da un pavimento-graticola, e del maxi-schermo televisivo che incombe nel salotto di Montag e Mildred. Pochi oggetti metonimici popolano la scena: un divano per la casa del protagonista, un appendiabiti, impermeabili gialli ed un tavolino per la caserma dei vigili del fuoco. Divise militari per gli uomini e vestiti anni Cinquanta per le donne, a rappresentare una società divisa in due universi: quello femminile, relegato negli interni e stordito da un perenne reality show e quello maschile, responsabile degli esterni e della sicurezza, ma non meno omologato e vuoto. Unica infrazione alla barriera dei sessi, Clarisse, che passeggia di notte per la strada, mentre nella sua casa, dove ancora si parla fino a tardi, la televisione è spenta e la luce costantemente accesa. Durante una passeggiata notturna, cui si allude tramite una scena spoglia ed avvolta dalla semioscurità, Montag incontra Clarisse, viene in contatto col suo mondo. I due si scambiano alcune battute prima di essere bagnati da una pioggia, vera, che spegne le ultime fiamme di qualche residuo rogo incendiario e, simbolicamente, le certezze del vigile sul proprio ruolo. La ragazza gli mostra le finestre della casa illuminata (il gesto deittico della Pozzi indica l’edificio che non compare in scenografia); là, proprio accanto a Montag e Mildred, la ragazza vive col nonno, il vecchio professor Faber. Inizia, così, il percorso che avvicinerà il protagonista alla lettura, percorso di perdizione-redenzione che lo porterà alla fuga. Due i maestri che segnano la sua vicenda, entrambi destinati alla morte: il primo è Faber, una Pozzi zoppicante, piegata su un fianco, la voce contraffatta, stridula, con accenti comico-grotteschi, quasi da personaggio delle fiabe. Il secondo è Beatty, capo dei vigili deluso e controverso, dai toni drammatici, ma misurati e lucidi di un Alessandro Benvenuti privo di ogni inflessione toscana. Su tutti incombe, collocata in alto, su un ballatoio al livello del maxi-schermo (come gli elementi che simboleggiano il Potere), la terrificante figura meccanica di Baskerville, mastino-robot deputato a sbranare individui pericolosi per il sistema, dopo aver “assaggiato” il loro codice genetico sintetizzato in una tessera magnetica.

La difficoltà di far parlare ai personaggi una lingua senza letteratura si traduce nella recitazione metallica, non naturalistica che Ronconi escogita per suoi attori, scivolando verso un andamento da «favola», che il regista stesso definisce soluzione migliore rispetto a quella del «dramma espressionista». I tempi dilatati dell’azione, le battute intervallate da frequenti pause, i movimenti meticolosamente collocati in una coreografia che non permette errori (basti pensare ai quadranti del pavimento che si aprono come botole) trascina il futuro immaginato in una dimensione senza tempo. Ed un finale fiabesco conclude la vicenda, con gli uomini-libro che si alzano dalla platea come personaggi pirandelliani, ma vivi solo in una dimensione letteraria, fatta di pagine mandate a memoria. Il non luogo, il luogo “altro” rispetto alla città, li ospita e là si rifugia Montag, ingiustamente accusato della morte di Beatty, sbranato dal robot, ma in realtà suicida. La comunità di evasi dall’alienazione si ricostituisce in un altrove che recupera la dimensione umana attraverso la memoria, l’autenticità attraverso la finzione letteraria. Ronconi affida alle peripatetiche passeggiate dei personaggi-libro la conclusione dello spettacolo, come nel film di Truffaut; Bradbury concludeva invece il romanzo con la prefigurazione di un bombardamento atomico sulla città lontana. La realtà è andata oltre la fantascienza, come dimostra la scelta di Michael Moore di intitolare Farheneit 9/11 il suo film-documentario sull’attentato dell’11 settembre 2001

Luca Ronconi affronta uno dei testi più affascinanti della letteratura fantastica, Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, per un progetto che nasce da un’idea di Elisabetta Pozzi. In Fahrenheit 451 Bradbury esplora, con grande maestria, il terreno dell’utopia negativa, cioè il genere nel quale l’autore non dipinge uno stato perfetto ma anzi un regno d’incubo e terrore, come avveniva in Cronache Marziane che lo rese famoso e che precedette di un solo anno Fahrenheit 451, concepito nel 1951 con il titolo The Fireman e pubblicato nel 1953. In quest’opera – il cui titolo indica la temperatura alla quale brucia la carta, secondo la scala in uso nei paesi anglosassoni – si racconta di uno stato talmente autoritario che sente il bisogno di mettere i libri al rogo. Montag, il protagonista del romanzo, è un pompiere che ha l’incarico speciale di bruciare libri e carta stampata. Nella società futuribile immaginata da Bradbury, infatti, è reato leggere e possedere qualsiasi tipo di volume: in questo mondo fatto di solitudini e di paura, l’informazione è garantita da una onnipresente televisione, gestita dal governo. Eppure, attraverso l’incontro con Clarisse, Montag scoprirà il fascino del libro e della lettura: si rifugerà in una foresta dove si sono raccolti gli uomini liberi (ovvero gli uomini-libri) che, per salvare il passato, imparano a memoria i testi.
Aldous Huxley, il celebre autore de Il mondo nuovo, commentò che si trattava di una delle opere più visionarie che avesse mai letto, ma da allora, purtroppo, la profezia di Bradbury sembra essersi avverata in più parti del mondo. Dal romanzo è stato tratto il film diretto da François Truffaut, la migliore trasposizione cinematografica di un’opera di Bradbury: film entrato nell’immaginario collettivo, realizzato – tra mille fatiche, litigi, scontri, tagli e delusioni – nel 1967.
Scrittore prolifico, romanziere, sceneggiatore premio Oscar (per il “Moby Dick” di John Houston), Ray Bradbury firmò anche un adattamento teatrale del suo celebre romanzo: adattamento teatrale che ora Luca Ronconi ed Elisabetta Pozzi portano in scena.

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